Logo Blogo

Michele D'Anca entra a Centovetrine e Blogapuntate lo intervista in anteprima! Parliamo di Sebastian Castelli, il suo personaggio, dell'esperienza a Ricominciare e degli inizi all'Accademia d'Arte Drammatica...

Pubblicato: 12 apr 2010 da lim3

Commenti dei lettori

Michele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian Castelli

Aria di spoiler e anticipazioni su Centovetrine, in questo post, ma anche aria di lezioni di recitazione: è nostro ospite oggi Michele D’Anca, che molti di voi ricorderanno in Ricominciare. Ebbene, l’ex Riccardo Vallesi si è trasformato dopo dieci anni in Sebastian Castelli, ombra nera nonchè fratello del compianto Alberto Castelli (Lorenzo Majnoni), e cognato (ma ci scapperà qualcosina di più) di Rossana Grimani (Caterina Vertova), e sta per entrare in scena sui nostri schermi, rivoluzionando gli equilibri (assai precari in realtà) che si erano stabiliti negli ultimi mesi. L’attore ci ha rilasciato una lunghissima intervista (che vi proponiamo dopo quelle a Marianna De Micheli e Luca Biagini) in cui ci parla del suo passato artistico, della sua visione della recitazione (e non solo), e ci regala qualche scorcio sul futuro prossimo della soap!

1. Partiamo con una curiosità: 10 anni fa lei era sul set di Ricominciare, la serie di Raiuno che si contrappose a CentoVetrine. Ora si ritrova ad essere uno dei protagonisti della soap di Canale 5: che effetto le fa?
Fa un bell’effetto essere scelto per un ruolo protagonista da coloro che un tempo erano “i nostri avversari”. CentoVetrine debuttò contrapponendosi a Ricominciare proprio nello stesso orario. Si trattava quindi di uno scontro diretto tra soap. Facile immaginare l’attenzione e la preoccupazione che la nuova soap di Canale 5 destava in tutti noi per il timore che ci rubasse spettatori e share. Un giorno, vidi una delle prime puntate di CentoVetrine insieme al delegato alla produzione Rai e ne commentammo cast, fattezze, diversità, punti deboli o di forza. Nonostante non si potesse rimproverare nulla a Ricominciare riguardo alla qualità, capimmo di trovarci di fronte a un prodotto ottimo e ben realizzato che ci avrebbe dato filo da torcere. Il mio animo era diviso tra l’insofferenza verso un prodotto che ci avrebbe tolto sicuramente spettatori, e l’ammirazione per CentoVetrine. Non avrei mai immaginato che un giorno sarei stato fra i protagonisti della soap rivale.

2. Come è arrivato a CentoVetrine? E cosa stava facendo il giorno in cui ha saputo di essere ufficialmente diventato Sebastian Castelli? Che cosa ha pensato chiudendo quella telefonata (se era una telefonata)?
Sono stato chiamato a fine luglio del 2009 per un provino su parte, molto probabilmente su suggerimento del responsabile fiction di Endemol Italia. Con questa società avevo già lavorato in “Provaci ancora Prof” e nel “Generale Dalla Chiesa”. Credo che l’esito positivo della mia interpretazione in quest’ultima produzione sia stato decisivo per la proposta del mio nome per il ruolo di Sebastian. Cosa stavo facendo non lo ricordo, ma ricordo che fui molto contento, anche perché era il secondo provino che vincevo nel giro di pochi mesi per un ruolo protagonista. Il primo lo vinsi per “la Narcotici”. Cosa ho pensato dopo la telefonata? Bè, come prima cosa, che col trasferimento a S. Giusto sarebbe cambiata la mia vita, che dovevo partire nel giro di poche settimane e dovevo organizzare mille cose, che dovevo ancora finire di girare Narcotici e non sapevo come avrei fatto a gestire le riprese sia a Roma che a Torino… ma ero contento perché sapevo che mi attendeva un ruolo molto bello e importante.

3. Sappiamo che Sebastian Castelli non sarà esattamente uno stinco di santo: da lui ci dobbiamo aspettare un cattiveria senza scrupoli o un cuore tenebroso ma innamorato?
Entrambe le cose. Ma è meglio fare chiarezza su alcuni rumors errati: Sebastian non è un uomo malvagio, e non arriva a Torino perché assetato di potere e d’odio. Al contrario, vi giunge perché mosso da un’intensa passione d’amore. E non vuole rovinare la vita a nessuno… a meno che qualcuno non si ostini a pestargli i piedi. In quanto alla sua onestà, non è certo un modello di perfezione morale, per lo meno nel senso comune del termine. In realtà Sebastian Castelli ha una doppia morale: quella tipica della mentalità mafiosa, dove una cosa è la vita pubblica, il lavoro, gli affari, un’altra la vita privata, e in special modo la famiglia, il gruppo, il clan. Sebastian ha un forte senso di appartenenza, è fedele ai valori fondamentali come il rispetto, la famiglia, l’amicizia, l’onore, la dignità, il senso di riconoscenza. Il suo è un modo di essere, una mentalità mafiosa che in Sebastian si completa con attributi di potere quali: carisma, autorità e leadership, i tratti tipici di un vero boss… Ma è interessante notare che si può avere una mentalità mafiosa senza essere necessariamente un criminale.

4. A interagire con lei saranno soprattutto una gloria del teatro e della televisione italiana come Caterina Vertova (Rossana, cognata e suo futuro amore), e una giovane promessa come Alex Belli (Jacopo, suo figlio). In che modo partner con esperienza diversa influenzano la sua recitazione e il suo relazionarsi con loro sul set?
Più il partner è bravo, più si è bravi. Immaginate una partita a tennis fra due giocatori esperti, e una fra un esperto e un principiante. Tutto sta nel modo in cui il partner ti “rimanda” la palla. Ovvio che divertimento e spettacolo saranno garantiti più nel primo match che nel secondo. Caterina Verteva è una bravissima attrice, avevamo già lavorato insieme a teatro da giovani, abbiamo entrambi una notevole esperienza sia in teatro che in tv, e quindi con lei ho trovato subito quel feeling che non ha bisogno di parole. Con Alex mi sento davvero come se fossi il suo padre adottivo: cerco di aiutarlo, di dargli consigli utili e di fare in modo che tra noi si raggiunga un’intesa tale da armonizzare i due livelli d’esperienza. Diciamo che, come fra i due piloti di un aereo, nei passaggi più difficili, è il pilota più navigato che deve prendere i comandi e condurre il gioco.

Michele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian Castelli

5. Com’è stato ritrovare Caterina Vertova come “compagna” a 23 anni dall’allestimento di “La coscienza di Zeno” in cui eravate rispettivamente Ada e Guido Speier?
È stato un gran piacere ritrovare Caterina come partner. Nella piece teatrale Ada Malfenti e Guido Speier sono marito e moglie! Curioso che dopo tanti anni ci si ritrovi insieme, stavolta in tv, di nuovo come coppia innamorata. E insieme siamo una bella coppia, fra noi c’è un’ottima intesa e il nostro rapporto scenico funziona molto bene. E se funzionava già 23 anni fa, di certo oggi si è arricchito di sfumature e intensità dovute all’esperienza acquisita da entrambi.

6. Si aspetta di vivere diversamente la visibilità quotidiana in tv, rispetto a 10 anni fa?
Sì, avrò sicuramente molta più visibilità perché CentoVetrine è seguita da 4 milioni di fedeli telespettatori. Mentre Ricominciare, che durò “solo” 200 puntate, era seguita da 2 milioni di telespettatori e aveva una media del 15% di share. Oltre alla quantità di pubblico, il successo consolidato di CentoVetrine, che è la punta di diamante del day time di Canale 5, pone gli attori del cast sotto una particolare attenzione da parte di giornali, rotocalchi televisivi e anche forum e blog dedicati. Entrare a far parte del cast fisso di un prodotto di successo, con un bel personaggio, per un lungo periodo, e magari riuscire a recitarlo bene, vuol dire moltissimo per un attore in fatto di visibilità.

7. San Giusto Canavese è stato definito da alcuni un buon ritiro e da altri un luogo in mezzo al nulla. Per lei com’è stato l’impatto? Come ci si trova? Pensa che alla recitazione sia più funzionale la mancanza di distrazioni o il caos creativo?
La mancanza di distrazioni agevola il mio lavoro d’attore, e a S. Giusto, in effetti, si può essere distratti solo dal nulla. L’impatto con Telecittà a S. Giusto Canavese non è stato felice. Arrivare da Roma e trovarsi in aperta campagna, una sera d’inverno, in mezzo al nulla oltre all’albergo e agli studi, non è una piacevole esperienza… per non parlare dell’inverno gelido e nebbioso, e della neve, che rende l’atmosfera del luogo piuttosto malinconica. Per fortuna, gran parte del tempo si passa sul set dentro gli studi, si è totalmente concentrati sul lavoro, e quindi, almeno fino a sera, il luogo che ci circonda si dimentica.

8. Se le protagoniste di CentoVetrine esistessero davvero e il cuore di Michele D’Anca fosse libero, quale di loro lo conquisterebbe? Rossana con la sua freddezza? Carol con i suoi tormenti? Lavinia con la sua innocenza? Laura con la sua voglia di riscatto?
Tutti questi personaggi femminili sono molto affascinanti, ma nessuno di loro corrisponde al mio tipo di donna. E poi restano sempre icone immaginarie.

9. Per molti anni gli attori provenienti dalle soap (per quanto dotati spesso di un lungo curriculum teatrale) sono stati ritenuti di serie B e inseriti in liste nere. Ora la tendenza sembra essersi invertita, ma non per tutti. Lei che cosa pensa di questa “ghettizzazione”? E soprattutto, dopo averla superata una volta rientrando nel circuito delle fiction di prima serata, cosa l’ha spinta a tornare in una soap? Vuole sfidare la sorte o sfatare un mito?
Io non credo in questo falso mito. È una ghettizzazione stupida. Se un attore è bravo può fare qualsiasi cosa e, anzi, col suo talento, se ben supportato da trama e personaggio, può contribuire a rendere il prodotto anche migliore. Cosa mi ha spinto? Un bel personaggio come Sebastian, il successo di CentoVetrine, il ritorno d’immagine che può derivarne e il fatto che avrei trovato anche attori che considero bravi. Alpi, Coraini, Davanzati, De Micheli, Genuardi, Vertova, ma anche Biagini, Farnesi, Safroncik, Ward, solo per citarne alcuni, non si possono certo definire attori di serie B, e infatti alcuni di loro li vediamo anche in prima serata. Se si è bravi si è utilizzati sia in prima serata che altrove. E poi a me piacciono le sfide. Io non mi sono mai rinchiuso in un campo specifico della recitazione, come il mio curriculum dimostra, e farò il possibile per continuare su questa strada. Anche se, com’è accaduto più volte, per far questo dovrò alzarmi alle 4 del mattino, dopo aver girato soap tutto il giorno, per prendere un aereo e recarmi di corsa su un set di fiction per poi fare subito ritorno e girare di nuovo soap l’indomani e utilizzare il poco tempo che resta per memorizzare copioni, e poi saltare di nuovo da un set all’altro senza sosta. Lavorare così intensamente è avvincente però è faticoso. E bisogna essere disposti a fare sacrifici.

Michele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian Castelli

10. Lei parte dal più classico dei trampolini (seri): l’Accademia Silvio D’amico. Ma oltre ai 20 anni di teatro ha in curriculum parecchie fiction: la telecamera per lei non è una sconosciuta. Quanto cambia le cose nella recitazione avere davanti una cinepresa e una troupe o un elitario pubblico con tanto di 31esima fila?
Cambia tantissimo riguardo ai mezzi tecnici che si usano per esprimere sentimenti, intenzioni, carattere del personaggio ecc, ma non cambia nulla nel cuore dell’attore, che deve vivere e “sentire” in scena o sul set con la stessa intensità drammatica. L’espressività vocale e fisica è calibrata, diminuita o accentuata a seconda del punto di vista dell’osservatore, che può essere l’obiettivo di una telecamera che ti riprende il primissimo piano, scandagliando i minuscoli moti di uno sguardo, o gli occhi dello spettatore che deve vedere e sentire dall’ultima fila, che di una minuscola espressione non coglierebbe nulla e quindi ha bisogno di una energia espressiva capace di arrivare fino a lui.

11. Qualcuno diceva che un buon lavoro è 10% ispirazione e 90% traspirazione, ovvero sudore, studio, sacrificio. Per lei il vero attore è chi che va a istinto e crea qualcosa sul momento, oppure chi studia, si prepara e impara a memoria ogni singola virgola del copione? E lei in che categoria si iscriverebbe?
Il modo in cui io lavoro muta col tempo, si perfeziona con l’esperienza e la qualità dei ruoli che interpreto. A volte ci vuole più studio, altre più istinto. Ma non ci sono regole, per me. Non applico schemi precostituiti o metodi o sistemi. A una certa età non servono più, ognuno matura il proprio, e il rapporto col personaggio diventa un fatto intimo e segreto. Il mio maestro diceva: 10% lavoro sul set, 90% lavoro a casa. È certo che un ruolo, per essere ben recitato, va preparato bene, va sentito dentro, nelle viscere, nella carne, va immaginato, amato o odiato, deve entrarci nell’anima, deve decantare, deve diventare una seconda pelle. Il testo va studiato a fondo per cogliere lo spirito che si cela in ogni singola scena, la memoria deve essere perfetta, in altre occasioni è meglio che non lo sia ed è più giusto lasciare parte del dialogo all’improvvisazione. Il lavoro cambia di volta in volta, a seconda del genere, del testo, del personaggio, del regista… Di base applico gli insegnamenti della scuola realistica americana praticata con John Strasberg, col quale ho studiato in gioventù, ma poi cerco di dimenticarli. Adesso potrei paragonare il mio approccio alla recitazione col lavoro degli attori del teatro zen giapponese. Lì ci si svuota di ogni intenzione, di ogni intonazione, di ogni desiderio di voler recitare la parte secondo una certa linea provata e riprovata e definita una volta per tutte. Si lascia semplicemente che l’azione accada da sé e che ci stupisca nel suo accadere.

12. Secondo lei attori si nasce o si diventa?
Si è attori ancora prima di venire al mondo…

13. Quando e perchè ha deciso di recitare?
Tutto prese forma concreta all’età di 18 anni quando, provenendo dalla danza, fui scritturato come attore per lavorare in un musical televisivo. Non credo sia stato io a decidere consapevolmente di fare l’attore, credo piuttosto che qualcosa in me abbia deciso per me… ho seguito l’istinto, l’intuito: sentivo dentro di me che era quello che dovevo e potevo essere. Ho semplicemente assecondato il mio forte presentimento, aderendo a lui con fiduciosa lealtà e non me ne sono mai più scostato E l’ho perseguito con ferrea determinazione interiore.

14. Ingrid Bergman ha raccontato in una sua biografia gli stati d’animo il giorno dell’ammissione all’Accademia: l’agitazione della prova, l’angoscia dell’attesa e la gioia per l’agognata busta bianca”. Lei cosa ha pensato il giorno in cui è stato ammesso alla Silvio D’Amico? E il giorno in cui ne è uscito, con il suo diploma in mano?
Ricordo benissimo quell’attesa, anche se l’ho vissuta con una strana calma. Ero fiducioso. Quando arrivò il telegramma che comunicava la mia ammissione saltai dalla gioia, e pensai che il mio presentimento aveva ragione! e che stavo seguendo la strada giusta. Ero felice: sarei entrato in Arte dal portone principale, avrei fatto parte di una grande famiglia di teatranti eredi di un’importante tradizione culturale. Essere un attore dell’Accademia è sempre stato un motivo di distinzione e d’orgoglio. Terminati i tre anni di studi, invece, ero molto preoccupato. Credevo che non sarei riuscito a trovare una scrittura. L’ingresso nel mondo del lavoro non è cosa facile. Per fortuna le mie preoccupazioni durarono solo un paio di settimane: vinsi un provino in teatro e finalmente debuttai. Da allora ho lavorato quasi senza interruzioni.

15. Al primo anno di Accademia lei ha preso parte al saggio di fine corso “il sogno” di Strindberg, con colleghi dai nomi (allora sconosciuti) di Antonella Fattori, Sabina Guzzanti, Nicoletta Braschi, Margherita Buy. E la regia era di Ronconi. Aveva vent’anni: che ricordi ha di quell’esordio col botto?
Sì. Fu un vero botto! Io, come la Buy e la Guzzanti, eravamo solo al primo anno d’Accademia, impegnati in un saggio di diplomandi. Per me era tutto grande, eccelso: l’autore, il testo, il regista, il parterre… fu uno spettacolo memorabile e ottenne un gran successo di pubblico e critica. Fu un’esperienza di teatro “alto”, “colto”, magistralmente realizzata, artisticamente sublime, stilisticamente perfetta, e l’incontro con la maestria ronconiana fu talmente sbalorditivo che tracciò un segno indelebile nell’anima del giovane attore che ero: ebbi subito, chiarissima, la percezione di che cosa è un altissimo livello di recitazione, e questa sensazione non mi ha più abbandonato. Da allora, ho sempre cercato di raggiungere questa qualità.

16. Alcuni attori hanno usato in passato la notorietà acquisita in tv per portare a teatro gente che normalmente non ci sarebbe mai andata. Penso a Scarpati, Dapporto, allo stesso Alpi. Lei seguirebbe questo percorso? E se le si presentasse l’occasione, con che testo le piacerebbe farlo?
Sì, seguirei questo percorso. Mi piacerebbe tornare al teatro, un giorno. Con che testo? Visto che stiamo sognando, perché non sognare in grande, col testo che amo di più: Amleto. Nei panni del Principe di Danimarca, naturalmente.

17. Qual è il ruolo che ha interpretato a cui è più legato? Perchè? Lo rifarebbe domani o pensa che ogni spettacolo/fiction abbia senso solo in un determinato momento della propria vita?
In teatro rifarei l’affascinante ruolo del Dottor Astrov nello Zio Vanja di Checov. Perché? Perché è Cechov: uno dei più grandi autori del 900. La sua scrittura è nutrimento per l’anima degli attori. Interpretai questo ruolo subito dopo aver lavorato per due stagioni in Ricominciare. Dopo tanti dialoghi da soap, pronunciare le battute di Astrov fu un’esperienza sconvolgente: fu come essere rianimati e sostenuti da un genio impalpabile capace di alimentare la recitazione e far vibrare l’anima immediatamente. Per i ruoli delle fiction è diverso. Qui non si tratta di affrontare testi immortali. Una sceneggiatura non ha un valore letterario di per sé, è cotta e mangiata lì per lì, vive e muore nel momento in cui si dà lo “stop”, e infatti i copioni vengono stracciati dopo aver girato le scene. Fare questo con un testo di teatro sarebbe un sacrilegio. Dei miei personaggi tv ho ricordi bellissimi di Angelo Branca, ruolo ispirato a Curcio capo delle BR, interpretato nel Generale Dalla Chiesa, perché credo di essere riuscito a dare spessore e credibilità a un personaggio reale molto impegnativo. E ultimamente, ho amato tanto il ruolo di Federico Buratti, un criminale folle dal grande cuore, che ho appena finito di interpretare e che vedrete a ottobre su Raidue in “Sezione Narcotici” per la regia di Michele Soavi.

18. Quando il suo personaggio soffre, lei sta soffrendo con lui o si sta divertendo a recitare?
Il paradosso dell’attore sta nel fatto che succedono entrambe le cose. Si gioca a fare sul serio: il divertimento consiste nell’essere seriamente e profondamente coinvolti nel dramma che sta vivendo il personaggio.

Michele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian CastelliMichele D'Anca entra a Centovetrine nel ruolo di Sebastian Castelli

19. Recitare è un fine o un mezzo, per un attore?
Per ogni attore recitare è qualcosa di diverso, che esprime bisogni e necessità personali e uniche. Esigenze per alcuni superficiali, per altri profonde. Più in generale, per me l’Arte della recitazione, quando riesce a rappresentare le vicende umane in modo coinvolgente, è un mezzo che ha il fine di suscitare nello spettatore un’intensa emozione capace di scuoterlo nel profondo e di renderlo, anche solo di poco o per poco, un essere umano migliore. Non bisogna mai dimenticare che recitare non è un passatempo frivolo adatto a chiunque che ha il fine di farci apparire in tv o sotto i riflettori, ma è un’Arte. Un’Arte che ha radici antichissime piantate nel terreno dell’esperienza religiosa, e come tale ricerca obiettivi estetici che mirano al cuore dell’individuo con lo scopo di innalzarlo.

20. Una volta Virna Lisi disse che le mani e il volto erano le uniche parti del corpo con cui recitasse. È d’accordo? Quanto è importante oggi il fisico per un attore?
Lo strumento di lavoro dell’attore è il suo corpo, o meglio, il suo apparato psico-fisico nella sua totalità, ed è ovvio che sia importantissimo. Chi proviene dal teatro, conosce bene l’importanza del corpo e lo allena di continuo. La nuca può esprimere benissimo un moto dell’anima anche di spalle, un gomito può non saperne nulla della parte… il movimento nervoso di un piede può esprimere molti non detti di un dialogo, così come il modo di camminare è il mezzo più adatto per caratterizzare un personaggio. Dalle mani, ad esempio, da come le muove o gesticola, si può capire se un personaggio è intelligente o meno, si può dedurre il suo strato sociale, la sua istruzione e così via. Forse Virna Lisi si riferiva alla recitazione cinematografica, che ha il suo punto focale negli occhi dell’attore e quindi nel volto.

21. Ha mai sentito il desiderio di passare dietro la macchina da presa o di prendere la penna in mano per scrivere, prima ancora di recitare una battuta?
Sì, mi piacerebbe sia realizzare una regia teatrale che passare dietro la macchina da presa. Di sicuro sarei un regista atipico, o raro, per la scena italiana: curerei a fondo anche e soprattutto la recitazione degli attori. Per quanto riguarda la penna, io scrivo da vent’anni, ma solo di recente mi sono reso conto che in realtà, più che un bisogno espressivo personale, stavo scrivendo qualcosa che aveva una trama ben precisa. E infatti, oltre che recitare, sto lavorando alla stesura di un romanzo. Mi piacerebbe, in futuro, unire recitazione e scrittura per fonderle nella drammaturgia. Vedremo…

22. Quand’è che il doppiaggio è entrato nella sua vita? Si è prima attori o doppiatori? E che cosa aggiunge una carriera all’altra? C’è un personaggio cui ha dato la voce che ricorda con un sorriso particolare?
Il doppiaggio è entrato nella mia vita quando decisi di smettere con le faticose tournée teatrali, a cui mi sono consacrato per 14 anni di seguito, per dedicarmi al cinema e alla televisione. Il doppiaggio era l’attività ideale che mi permetteva di vivere del mio lavoro, di restare a Roma e quindi di avere la possibilità di partecipare ai casting. Non è stato facile entrare nel mondo chiuso ed elitario del doppiaggio, ma alla fine sono riuscito a farne un’attività di base per dieci anni di fila, alternandola con la televisione. Si è prima attori, che in seguito imparano una tecnica per prestare la propria interpretazione vocale ad attori stranieri. Il doppiaggio aggiunge molto alla tecnica di un attore: si impara a rendere la propria recitazione semplice e naturale, a darle un tono umano, a sfrondare il modo di dire le battute da vezzi e manierismi teatrali. Inoltre si impara a doppiare sé stessi, qualora fosse necessario, cosa difficilissima anche per attori esperti ma che non padroneggiano la tecnica del doppiaggio.

23. Della sua vita privata non si sa molto: vuole raccontarci qualcosa o è tra coloro che preferiscono resti privata?
Ho un assoluto bisogno che la mia vita privata resti tale. Non ci si può, non ci si deve, esporre totalmente: l’anima ha bisogno di spazi che devono restare esclusivamente intimi e personali.

24. Lei naviga su internet, cura personalmente il suo sito ufficiale che è online da anni, e sembra avere una dimestichezza con la tecnologia, inusuale per un attore. Come mai?
Ho una natura poliedrica. Mi appassiona tutto ciò che è tecnologico e riguarda la comunicazione, e inoltre ritengo il web una vera conquista dell’umanità che attraverso internet ha saputo creare uno spazio di libertà espressiva senza uguali. Non solo aggiorno il mio sito personalmente ma l’ho anche progettato e realizzato in ogni dettaglio, perché mi piace farlo e perché ritengo che curare da sé ogni aspetto della propria immagine sia importante.

25. Cosa pensa dell’auditel e delle conseguenze che le 4 cifre dello share hanno sulla vita di ogni programma? Segue i dati di ascolto dei lavori a cui partecipa o ritiene che il suo ruolo si esaurisca nel momento in cui il regista urla STOP?
Sull’utilità e attendibilità e dei dati Auditel ne ho sentite di tutti i colori. Nonostante ciò, sono questi i dati che i produttori televisivi usano come parametri di riferimento per valutare la qualità di un prodotto. Credo che sia doveroso osservarli con attenzione. Io ho sempre seguito i dati di ascolto delle fiction a cui ho partecipato e seguo costantemente quelli di CentoVetrine. Il lavoro dell’attore non esisterebbe senza pubblico, quindi con lo stesso riguardo con cui si cura il proprio lavoro così si dovrebbe fare con i telespettatori. Io voglio sapere in quanti guardano il mio lavoro, se lo apprezzano, e a maggior ragione per una soap, se lo apprezzano nel tempo e secondo le trame trattate.

26. Se non avesse fatto l’attore cosa sarebbe diventato?
Sarei diventato un uomo che non ha lottato per realizzare il sogno della sua vita.

27. Per concludere, la vedremo partecipare ai tornei del Canavese nella squadra di calcio di CentoVetrine?
No, mai. Più che partecipare a raduni dilettanteschi da dopolavoro, amo occupare il poco tempo che mi resta per la mia vita privata, e poi perché non ho nessuna voglia di rischiare un infortunio che mi impedirebbe di recarmi sul set l’indomani. Sebastian Castelli deve essere in forma e integro: ha molto da fare.

Ringraziamo di cuore Michele D’Anca per la collaborazione e la gentilezza, e gli facciamo un grande in bocca al lupo per l’entrata in scena del suo Sebastian a Centovetrine!

1 stelle2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (3 Voti | Media: 3.67 su 5)
condividi condividi
0 commenti

Commenti dei lettori

Inserisci per primo un commento a questo articolo.