
Perché parlare de Il Prigioniero (The Prisoner)? Perché è probabilmente uno tra i telefilm più bizzarri e singolari mai trasmessi negli ultimi quarant’anni, perché è senz’altro la prima serie con tematiche fantapolitiche e perché, nonostante la vita relativamente breve (17 episodi) è divenuto ben presto un cult tra gli appassionati del genere.
La trama è semplice e lineare. L’attore Patrick McGoohan (co-creatore della serie) è un agente del Servizio Segreto Britannico che si dimette dall’incarico dopo uno scontro con un superiore; ignaro di essere seguito da un carro funebre guidato da un becchino, l’uomo rientra a casa e si prepara per un viaggio. Lì viene narcotizzato e rapito.
Al suo risveglio si troverà in una bizzarra cittadina senza nome lungo la costa, abitata da personaggi curiosi che vestono con anacronistici abiti sgargianti dalle fogge strane e privi di una propria identità.
Anche il nostro eroe perderà la sua e diventerà per tutti “Numero 6″, prigioniero di un posto da cui è impossibile fuggire, monitorato da una fitta rete di telecamere e microfoni e controllato dai “Rover”, sfere biomeccaniche utilizzate per ricatturare i fuggiaschi e/o sopprimere i ribelli.
Il villaggio è comandato dal “Numero 2″ una specie di borgomastro che tenterà in tutti i modi di ottenere “informazioni” da “Numero 6″ di episodio in episodio. Ad ogni tentativo fallito il “Numero 2″ viene sostituito da un altro ed ognuno di loro non esiterà a ricorrere ad ogni mezzo, comprese droghe allucinogene, ipnosi, torture psicologiche e lavaggi del cervello per piegare e spezzare la volontà del “Prigioniero”.
Prodotta e trasmessa in Inghilterra nel 1967/68, la serie risente molto del disagio e fermento sociopolitico del periodo, nonché degli influssi di una popart in gestazione (ben rappresentato dal simbolo del villaggio: una bicicletta penny farthing): il risultato è un po’ confuso, ma intrigante ed originale.
Il Prigioniero venne trasmesso all’inizio degli anni ‘70 da RAI 1 e riproposto nel 2006 in seconda serata su ITALIA 1.